9 gennaio 2012

Quando si camoscia senza vergogna

Ogni tanto, per ragioni che restano misteriose quanto quelle che spingono un'anguilla a lasciare il Mar dei Sargassi per trasferirsi a Comacchio, un copywriter perde completamente il senso del  ridicolo e si auto convince  che la prima puttanata passatagli per la testa è in realtà un'ideona vincente. E la prima puttanata che passa, al massimo la seconda o la terza, quasi sempre è l'inventarsi un verbo idiota, spesso derivato dal nome del prodotto. 
Capita anche a quelli bravi. La mia Maestra d'un tempo, ad esempio, si produsse un giorno in un - Emozioniamo? - in grado di farmi accapponare la pelle anche a distanza di tanti anni. Quell'oscena proposta anni ottanta e, ad esempio, la più recente - Consorziamo? - sono legate da un filo che attraversa la storia della pubblicità italiana senza fare una grinza, riproponendo periodicamente la stessa insopportabile puttanata come fosse la prima volta.
Il fatto che nessuno sembri accorgersene rende il fenomeno ancora più inquietante. Di fronte alla puttanata vendibile come tormentone, dopo il cervello del copy si addormentano anche quello dell'art, del direttore creativo e persino il più brillante della filiera, quello del product manager. 
Succede così. Succede anche che un giorno qualcuno riesca a dire - Camosciare - senza che gli si incrinino i denti per la vergogna. 

19 dicembre 2011

Amaramente auguri

Il fatto che nel pubblicitario natalizio televisivo di questa fine d'anno si venga più facilmente raggiunti da inviti a stonarsi (ma responsabilmente, s'intende) a colpi di amaro piuttosto che a ingozzarsi di panettoni, pandori o torroni è abbastanza rappresentativo del periodo dorato che stiamo vivendo. Infatti, nei prossimi festeggiamenti pochi perderanno l'occasione di stravolgersi alcolicamente come nativi americani in riserva nel patetico tentativo di dimenticare quanto siamo caduti in basso e quanto fetente ci si prospetta il futuro.

Quindi gli spazi pullulano di allegri esempi di consumo di acque di fuoco, diventati in questi giorni la punta di diamante della creatività di casa nostra. Dopo aver reso il dovuto tributo a Montenegro e ai suoi surreali musicisti naufraghi, è ora il momento dell'Amaro Averna, altro grande classico dei deliri malinconici a bocca impastata di fine pasto, che qui ci viene invece immediatamente proposto come fosse un fresco prosecchino non appena mettiamo piede nella casa in cui si tiene la festa. Tutto ciò non è normale, come del resto il seguito della serata, che prevede, grazie all'effetto di litri di alcol dolciastro ingurgitati a stomaco vuoto, divertenti allucinazioni quali il sollevarsi in cielo dell'abitazione ospite con tutti gli alcolisti contenuti dopo un sisma di discreta potenza. 
Ma non è certamente il caso di prendersela con la nobilissima Saatchi & Saatchi per così poco e nemmeno per aver saputo distillare tutta la poesia del decollo della casa del vecchietto in Up per buttarla nel cesso insieme ai getti marroni di chi ha davvero esagerato. E' però doveroso assegnarle in chiusura d'anno il prestigioso Didascalic Award 2011, vinto l'anno precedente da un'altra memorabile festa, grazie al claim che sottolinea l'emozionante commercial: Averna. E la serata decolla.

Buone feste a quasi tutti.



5 dicembre 2011

Ecco gli Eroi del Montenegro.





L'accorato appello con cui concludevo il mio precedente post è stato accolto da un gentile lettore. È quindi con vero piacere che posso dare ai nostri schivi eroi del Montenegro un nome e almeno un poco della notorietà che si meritano. Onore alla Mario Labella & Partners e a Fulvio Talamucci, suo degno Direttore Creativo. 



29 novembre 2011

È stato difficileh, ma ce l'avete fattah!


Diciamoci la verità: nessuno avrebbe mai potuto immaginare che lo spot destinato a porre fine per sempre alle speranze dell’anfora aviotrasportata dell’Amaro Montenegro di poter un giorno insidiare il record di longevità del Pennello Cinghiale sarebbe stato quello che è. Nessuno, sano di mente, avrebbe mai potuto prevedere che, nel giro di pochi giorni dalla sua messa in onda, il seguito di una storica avventura di 30 secondi che da anni ci emozionava come una partita di curling sarebbe stato deriso da chiunque. 


Personalmente me ne guarderò bene dall'unirmi al coro di lazzi e pernacchie che lo sta accompagnando in ogni salotto del web, bensì esprimerò tutta la mia ammirazione per gli sconosciuti creativi che con un coraggio d'altri tempi, oserei dire risorgimentale, hanno voluto innalzare questo monumento a imperitura memoria della follia che alberga nella mente di troppi clienti, sbattendoci impietosamente in faccia le sue devastanti conseguenze. 


Non è difficile ipotizzare come si possa essere arrivati a tanto, avendo anche solo una sommaria conoscenza dei processi mentali della patologia. In preda ai tipici tormenti di un io diviso tra i due grandi poli malefici (innovazione e tradizione), il soggetto pensa di trovare una via d'uscita nella più estrema applicazione del fattore ma anche: avventura- salvataggio ma anche leggerezza, cameratismo tra uomini ma anche socialità, valori veri ma anche una rotonda sul mare, fino all'emblematico corrente per gli strumenti ma anche una lampada a petrolio sul tavolo. È così, e soltanto così, che si può arrivare, magari senza nemmeno accorgersene, all'inspiegabile deriva su un mare come olio di una chiatta chiamata barcone degli strumenti, sulla quale cinque musicisti vestiti da sera e un anonimo pescatore in cerata compongono un quadro surreale degno di una crosta alla De Chirico.


Guardare questo spot ogni giorno, prima di iniziare il proprio onesto lavoro, è un dovere morale per tutti noi, un monito perenne con cui nutrire la coscienza, se ce l'abbiamo.
Vorrei tanto poter conoscere il nome e il volto di chi avrebbe il diritto di gridare al mondo - questo l'ho fatto io! - anziché nascondersi nella modestia dell'eroe vero. 
Se qualcuno può aiutarmi lo faccia, e mi farà felice.






7 novembre 2011

Il falò delle vanità


Sarebbe perlomeno auspicabile che prima di cominciare a raccontare certe cose, per parole o per immagini, ci si ponesse onestamente la domanda - ne sarò capace? -  e onestamente ci si rispondesse, nel caso, - no -. E, nel caso, si lasciasse perdere, anche se l'intenzione fosse stata delle più lodevoli. 
È evidente come in Lorenzo Marini Group la si pensi diversamente, e non ci si preoccupi minimamente di ridurre l'ambiziosissimo racconto dell'imaginifico spettacolo con cui il fuoco di un camino riesce a ipnotizzarci in trenta secondi di banalità buttate lì alla rinfusa grazie a effetti che di speciale hanno solo il gusto. Pessimo, grossomodo come quello che ci resta in bocca se costretti a guardare il fuoco al di là di un vetro.