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25 settembre 2012

Che barba, che noia, che barba.

Che barba, che noia, che barba, come diceva la Mondaini. Lo dissi e lo ripeto.
La mediocrità regna sovrana e pialla con il suo conformismo qualsiasi picco, anche verso il basso, privandoci del gusto perverso della vera porcata d'autore e annegando il tutto in un mare di noia totale, in cui non possiamo fare a meno di ritrovarci a ripensare con nostalgia ai momenti d'oro del Porkfolio D'Oro, del Concorsone Danone, della Glassa Ponti e della tante altre sincere dimostrazioni di quello che un pubblicitario non dovrebbe fare per poter dormire sonni tranquilli senza che la sua coscienza si presenti ogni notte per fargli un doveroso gavettone di piscio di mulo, stile naja negli alpini.
Perdipiù, il Signor Giovanardi non è più Ministro, cosa che gli impedisce di continuare a deliziarci con i frutti della sua creatività.

Sono tempi terribili. 
Per salutare degnamente un'estate già finita occorre ripescare una chicca del 2011, passata ingiustamente inosservata ai più. L'orrore non è immediatamente percettibile, ma cresce in modo impressionante di secondo in secondo. Tutto parte da un tentativo di posizionamento di rara follia, e dopo aver attraversato un mare di stereotipi di vario genere, un effetto vetusto e una demo becera, finisce lietamente in una nuova amicizia. 
Per la pessima qualità del file mi scuso io, per quella dello spot rivolgersi alla McCann Erickson. Sì, proprio quella.


14 settembre 2010

Vittime del rap

Una volta, vedendo un qualunque umano esibirsi in plateali figure di cacca, mi succedeva di provare per il poveretto o la poveretta in oggetto una vergogna quasi insostenibile. Anche se il tutto accadeva lontano da me, dentro il teleschermo. Col passare degli anni, non so se per un inevitabile incremento del tasso di cinismo nel sangue o se per una maturata visione della responsabilità personale, il fenomeno si è ridotto fino a scomparire del tutto.  Almeno così credevo.

La performance di Ricky Tognazzi nello spot della Glassa Ponti mi ha riportato indietro nel tempo: non riesco a guardarla senza provare un penoso malessere e la voglia di essere altrove. Sarà che il buon Ricky mi è sempre stato simpatico, sarà che sia come attori sia come registi c'è in giro di molto peggio, il risultato è che mi piange il cuore a vederlo, seppur consenziente, precipitare di spot in spot lungo la china di un format inarrestabile nella sua discesa verso l'orrore profondo. Dalla maldestra citazione di una scena di Lost in translation degli esordi siamo infatti arrivati a una delle prove tradizionalmente più infelici nella storia della pubblicità italiana: il rap. Non si capisce perché, ma la tentazione di risolvere tutto con un rap di prodotto continua a mietere vittime da un paio di decenni.
Misteriosamente, c'è sempre qualcuno che ci cade puntualmente, e va ad aggiungere il suo rap alla nutrita compilation di quelli che l'hanno preceduto con i medesimi, atroci risultati. Un solo esempio per tutti: l'anziana che si dimenava nell'indimenticabile spot Fiat Uno Rap dei primi anni novanta. E lì c'era almeno una giustificazione, poiché Rap era l'infelice nome del modello.

In questo caso c'è caduta in pieno l'Armando Testa, la matrona delle agenzie italiane.
Ed è toccato al cinquantacinquenne Ricky Tognazzi, travestito come l'animatore più scrauso del più scalcagnato dei villaggi vacanze, dare vita a trenta secondi di purissimo imbarazzo per chiunque abbia un minimo di familiarità con il senso del ridicolo.
Mi chiedo cosa ne penserebbe papà Ugo. Ma anche papà Armando.